Le sentinelle in piedi e il nostro diritto alla rabbia

Milano, una domenica di aprile. Una soleggiata piazza Sempione fa da cornice al mio primo incontro ravvicinato con le sentinelle in piedi. In precedenza me n’ero ben guardata, per evitare di farmi il sangue amaro. Questa volta voglio vedere, capire, cercare di parlarci, guardarli in faccia. Chissà se avranno il coraggio di guardare negli occhi le persone che stanno insultando? – mi chiedo.

Le sentinelle manifestano nel loro solito format: in piedi, in silenzio, fingendo di leggere un libro (è risaputo che la gente credulona e ignorante tende a rifugiarsi in un’unica verità e in un unico libro). Manifestano per una malintesa libertà di espressione, per un perverso diritto di offendere noi persone LGBT e le nostre famiglie, di sostenere falsità antiscientifiche sul matrimonio e sulla crescita dei figli.

Noi, dall’altra parte dell’Arco della Pace, manifestiamo per il nostro diritto a essere noi stessi e ad amare chi ci pare. Manifestiamo per rispondere alle loro falsità sul ddl Scalfarotto (come già spiegato qui, una legge tutt’altro che liberticida, e che anzi non punisce le affermazioni omofobe in campi delicati come la politica e l’educazione).

La contro-manifestazione è organizzata da due gruppi: il collettivo Le Lucciole, con l’evento “Limoni duri contro le sentinelle in piedi” e i Pastafariani con “Tagliatelle sotto l’Arco“. Due modalità diverse, un unico obiettivo.

Netto e significativo il contrasto tra le due metà della piazza. Da una parte dell’Arco, musica, cori, colori, baci, ironia. Dall’altra, un silenzio di morte. Il silenzio che alberga nel vuoto cosmico dei loro cervelli fermi al Medioevo.

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Fin da subito, appena arrivata in piazza Sempione, sento che dentro di me il sentimento prevalente è la rabbia. Rabbia e indignazione per una manifestazione – quella delle sentinelle – che mi offende come essere umano, prima ancora che come cittadina lesbica. È gravissimo che nel 2015 un gruppo di fanatici si permetta di manifestare in piazza contro una minoranza – tra l’altro priva di diritti e tutele. Evidentemente la storia non ha insegnato nulla. Come può essere legittimo affermare il proprio diritto di offendere una minoranza? Fin dove si può spingere la libertà di espressione? L’insulto e la menzogna antiscientifica sono libertà di espressione?

Come me, molte altre persone sono animate dall’indignazione, dall’esasperazione. Lo leggo negli occhi della gente. Non c’è più solo voglia di cantare e rispondere con ironia. C’è anche voglia di urlare, di sfogare la rabbia, che è cresciuta esponenzialmente in questi ultimi mesi di attacchi, calunnie e provocazioni contro la comunità LGBT.

Nonostante tutto, vogliamo fare un tentativo pacifico e provare a parlare con loro. Io e 4 amiche – specifico: ragazze sui 30, animate da intenti pacifici e armate solo dei nostri sorrisi educati – cerchiamo di avvicinarci alle sentinelle, ma un energumeno in borghese ci scaccia in malo modo. Le due manifestazioni devono rimanere ben separate per evitare tensioni. Li credevo più virili questi maschioni etero, invece si fanno intimorire da una bandiera arcobaleno. Facciamo quindi il giro largo, costeggiando la piazza, e ci ritroviamo di fronte alle sentinelle schierate. Davanti a quel triste spettacolo, restiamo senza parole. In piedi a un metro di distanza l’uno dall’altro, in silenzio, con un libro in mano. Non persone con cui dialogare, ma automi indottrinati. Fanno paura. Mi aspetto che da un momento all’altro inizino a marciare con il passo dell’oca.

Se questo capillare lavoro di indottrinamento e di incitamento all’odio andrà avanti, nel giro di pochi anni questi automi saranno pronti per passare dal silenzio ai fatti. Ai pestaggi e alle rappresaglie contro lesbiche, gay e trans. Per ora il lavoro sporco lo fanno altri: i fascisti di Forza Nuova, ma non solo. Anche comuni cittadini “normalmente omofobi”, accecati dagli stereotipi e incapaci di accettare le differenze. Che anzi davanti alle differenze non riescono a trovare altra risposta se non la discriminazione e la violenza. Come quel padre padovano che proprio pochi giorni fa ha ucciso la figlia lesbica. Gruppi come le sentinelle e guru dell’omofobia come Adinolfi e Miriano, continuando a negare la necessità di una legge contro l’omofobia, si rendono complici, se non addirittura mandanti, di questi crimini.

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Non persone con cui dialogare, ma automi indottrinati.

Fanno paura, fanno tristezza, ma noi tentiamo lo stesso un gesto distensivo, di pace. Io e una mia amica ci mettiamo a distribuire margherite alle sentinelle. Passiamo per un corridoio tra una fila e l’altra, porgiamo a ognuno una margherita accompagnandola con una frase del tipo “L’amore è bello in tutte le sue forme“. Una banalità, forse, ma non abbiamo tempo per il copywriting. Qualcuno accetta il fiore senza tradire la minima reazione, altri – forse non capendo del tutto il senso delle nostre parole? – abbozzano un sorriso. L’unica a rifiutare il fiore è una signora di mezza età: con un gesto sdegnoso e un ghigno di disprezzo, getta a terra la mia margherita. Sospiro e passo oltre, ma mi prudono le mani. La mia amica procede più veloce e raggiunge il presidio LGBT. Io vengo raggiunta da una portavoce delle sentinelle. Cerca di interrompere il mio margheritaggio rivolgendomi la parola in modo insistente. Inizialmente la ignoro, ma quando ho finito tutte le margherite mi volto verso di lei. Finalmente! Il mio primo incontro ravvicinato con una sentinella in piedi! Chissà quali illuminanti orizzonti mi aprirà?

Mi chiede per la ventesima volta come mi chiamo, mi chiede perché sono lì.

– Dimmelo tu perché siete qui voi.
– Non hai sentito il discorso iniziale? Se vuoi puoi fermarti a sentire il discorso che faremo alla fine. [A quanto pare le sentinelle, non essendo in grado di sostenere un dialogo, preferiscono i discorsi di indottrinamento di massa.]
– No, non l’ho sentito. Non puoi spiegarmelo tu?
– Se vuoi mi fermo a parlare con te alla fine della veglia. [Loro la chiamano “veglia”, come se fosse morto qualcuno: e in effetti pochi giorni fa è morta una ragazza lesbica, per mano del padre, ma a loro non frega nulla di queste morti.]
– Preferirei che me lo spiegassi adesso in due parole. [Cos’è tutta questa ritrosia a spiegare le ragioni di una manifestazione? Mi puzza.]
– Noi non crediamo nelle categorie come invece fate voi.
– Ah, allora sei queer? [Ovviamente la nostra sentinella non sa nemmeno cosa voglia dire “queer”. E infatti…]
– No, sono Raffaella.
– E quindi prossimamente farete manifestazioni anche contro il diritto di matrimonio per i neri? [La provoco, ma ancora una volta non capisce: fa un’espressione stranita e…]
– No, noi non siamo contro nessuno…

Purtroppo non mi sarà concesso sentire dalla sua voce le ragioni per cui sono scesi in piazza a “vegliare” e volantinare falsità sul ddl Scalfarotto. Anzi, del ddl la ragazza non fa menzione. Strano, perché è citato fin dalla prima riga dei loro volantini: sembra anzi proprio quello il pretesto per la loro pagliacciata anti-gay. Perché allora prenderla così alla larga e fare tutto quello sproloquio sulle categorie? Se non sei in grado di spiegarmi in meno di un minuto perché stai manifestando, i casi sono tre: o non è chiaro nemmeno a te, o hai problemi con la lingua italiana, o stai cercando di intortarmi. Veniamo interrotte dall’energumeno in borghese. Mi volto indietro e vedo che i manifestanti LGBT hanno attraversato l’Arco e sono passati dall’altra parte della piazza. La polizia si sta schierando con scudi e caschi a protezione delle sentinelle. Pochi secondi e avrò la strada sbarrata. Pianto là la mia Raffaella e corro a raggiungere gli altri un attimo prima che la piazza venga tagliata a metà dal cordone della polizia.

Il presidio LGBT inizia la contestazione vera e propria contro le sentinelle: cori e baci contro l’omofobia. Qualcuno ha anche portato degli sgabelli di legno, come risposta ironica alle sentinelle in piedi. “Vergogna! Vergogna! Vergogna!”, gridiamo scandendo le parole. “Sen-ti-nel-le-non-vi-vo-glia-mo!”, urliamo ancora. “Chi non salta sentinella è!”, e saltiamo tutti insieme. Per me e per tante altre persone presenti è liberatorio sfogare la rabbia e l’indignazione verso chi ci offende quotidianamente. Negli ultimi mesi l’atmosfera si è fatta pesante, le frequenti dichiarazioni della Chiesa e dei sodali di Adinolfi contro la comunità LGBT hanno alzato la tensione, la nostra esasperazione è sempre più grande.

Ed è proprio per questo che la sera, tornata a casa, mi cadono le braccia quando leggo i commenti su Facebook di chi invece si dissocia dalla nostra contro-manifestazione. In particolare, I sentinelli di Milano e i Pastafariani. Avrebbero preferito che la manifestazione rimanesse nei binari dell’ironia, senza sfociare nelle urla e negli sfottò contro le sentinelle.

Ma gridare “vergogna” alle sentinelle non equivale a un insulto. E anche se fosse, dove starebbe il problema? Davvero dobbiamo farci scrupoli se urliamo cori contro gente che ci offende quotidianamente, che nega i nostri diritti e la nostra dignità? Gente capace di affermare senza pudore: “io i gay li ammazzerei tutti” (commento di una sentinella, ascoltato e riportato da un amico che aveva provato ad avvicinarsi). Le associazioni non possono ignorare la rabbia e l’esasperazione della comunità LGBT. Attenzione: non sto dicendo che debbano cavalcarle (quello sarebbe il tipico comportamento della destra xenofoba e ultra-cattolica, che fomenta e strumentalizza il malcontento della gente per diffondere l’odio). Devono farsene carico per incanalarle nelle manifestazioni, per fare sempre più pressione sulla società e sul governo.

Siamo nel 2015 e a diritti LGBT stiamo ancora a zero: non è più (solo) il momento dell’ironia, è il momento (anche) della rabbia.

Le sentinelle in piedi e il nostro diritto alla rabbia

Calcio e omofobia: si fa ancora troppo poco

Era da tempo che cercavo un pretesto per parlarvi di calcio. E la campagna di Paddy Power contro l’omofobia mi ha dato lo spunto per una riflessione più ampia.

Giunta alla sua seconda edizione, l’iniziativa dell’agenzia di scommesse on line ha lo scopo di sensibilizzare tifosi, atleti e media riguardo al problema dell’omofobia, ancora troppo diffusa nel nostro Paese e in particolare nello sport. Anche quest’anno Paddy Power ha scelto di farlo con un gesto simbolico, un gesto semplice come quello di allacciarsi le stringhe degli scarpini. In collaborazione con Arcigay, Arcilesbica e Figc, ha quindi distribuito alle squadre professionistiche, e non solo, migliaia di stringhe arcobaleno da sfoggiare durante le partite. Il tag su Twitter è #allacciamoli.

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I testimonial di quest’anno sono stati il centrocampista della Roma Radja Nainggolan e il difensore della Juve e della Nazionale Giorgio Chiellini: entrambi ci hanno messo la faccia, facendosi ritrarre con le stringhe arcobaleno ai piedi e condividendo foto e messaggi sui loro profili social, seguiti da migliaia di tifosi. Il loro esempio è stato poi seguito da altri calciatori, atleti di altri sport e anche da alcuni giornalisti sportivi. Scarsa, invece, l’adesione da parte delle società di calcio: guardando alle condivisioni su Twitter, solo 8 squadre di Serie A su 20 hanno sostenuto l’iniziativa (accanto alle più titolate Milan e Roma, anche Cesena, Empoli, Genoa, Samp, Udinese e Verona). Le altre 12 non hanno dedicato neanche un tweet alla lotta contro l’omofobia. Tra le assenti ingiustificate troviamo alcune delle squadre più seguite d’Italia: Juventus, Inter, Napoli, Fiorentina e Lazio. E si sa, più è grande la tua influenza, più grandi sono (o dovrebbero essere) le tue responsabilità.

La domanda scomoda è: per quale motivo molte società – per altro spesso attive contro il razzismo – non hanno sentito la necessità di sostenere una campagna contro l’omofobia? Per disinteresse, per semplice dimenticanza? O per non infastidire alcuni settori della tifoseria orientati a destra?

Quale che sia la risposta, siamo ben lontani dall’impegno dei club della Premier League. Guardare, per credere, questo video che ha come protagonisti alcuni calciatori dell’Arsenal.

Perché ho detto che l’omofobia è molto diffusa nello sport? Gli omosessuali sono tra il 5 e il 10% della popolazione. Ebbene, quanti calciatori dichiaratamente gay conoscete? Tranquilli, non è un calcolo difficile. Ricordo per la cronaca che il primo calciatore a fare pubblicamente coming out fu Justin Fashanu, nel 1990, e non fece una bella fine. Successe in Inghilterra, da noi non è mai accaduto. Attualmente nei campionati di calcio italiani non gioca neanche un gay dichiarato.

Uno dei claim della campagna dello scorso anno recitava infatti:

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Riuscite a immaginare le enormi pressioni a cui sono sottoposti i giovani (e meno giovani) calciatori gay? Riuscite a immaginare il dolore per dover nascondere una parte così importante della propria vita come la sfera affettiva? Riuscite a immaginare il terrore di essere scoperti e additati, e magari insultati pubblicamente dai tifosi in tutti gli stadi d’Italia?

Già, i tifosi. Come, per esempio, quelli del Cagliari, che l’anno scorso insultarono un giocatore della loro stessa squadra, Daniele Dessena, colpevole di aver semplicemente aderito alla campagna contro l’omofobia: “Pensa a giocare e fatti i cazzi tuoi”. Come a dire: non puoi togliermi il diritto di dare del frocio a un tifoso avversario. In fondo è la stessa logica delle Sentinelle in piedi, che rivendicano un malinteso diritto di espressione. E i messaggi omofobi sui social network non sono mancati neanche quest’anno: c’è persino chi ha tirato fuori l’immancabile “lobby gay”.

Occorre quindi partire proprio da loro, dai tifosi, ed educarli al rispetto per le diversità. Tutte le diversità, non soltanto quelle etniche e religiose. Estendendo il discorso, è necessario educare l’intera società italiana, cominciando ovviamente dalle scuole. Non è un caso che “frocio” sia l’insulto più frequente nelle scuole e negli stadi. Non solo il più frequente, ma anche quello avvertito come più infamante.

Le società di Serie A, in virtù del loro enorme bacino d’utenza, potrebbero svolgere un ruolo centrale nella lotta contro l’omofobia. Proprio come spesso già fanno contro il razzismo, sia con le campagne in collaborazione con Uefa e Figc, sia con video prodotti dalle singole squadre e rivolti ai propri tifosi.

Perché quindi non fare la stessa cosa anche contro l’omofobia, che è un tipo particolare di razzismo, ancora più difficile da contrastare perché spesso considerato meno grave e più socialmente accettabile? Quanto spesso ci sentiamo dire che “quella dell’omofobia è una falsa emergenza”, che “l’omofobia non esiste”? E magari a dirlo sono gli stessi che ci insultano per strada o che ci allontanano dai locali, o che semplicemente ci lanciano occhiate di disprezzo. Un messaggio chiaro e deciso contro l’omofobia da parte di Juve, Roma, Napoli, Inter, Milan (in rigoroso ordine di classifica) sarebbe un segno importante e avrebbe una grandissima risonanza mediatica.

E mi spingo oltre. Non si tratta solo di sporadiche campagne contro l’odio omofobico. In Inghilterra, per esempio, è assolutamente normale vedere sfilare al Pride, accanto alle associazioni LGBT, anche le delegazioni della polizia, dell’esercito, delle scuole, e persino delle squadre di calcio.

Nel 2012 il Liverpool è diventato il primo club di Premier League a partecipare a un Pride. E l’ha giustamente rivendicato con orgoglio.

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Riuscite a immaginare l’eco e la forza simbolica che avrebbe la presenza dei capitani Buffon e Glick al Pride di Torino, di Totti e Mauri al Pride di Roma, di Ranocchia e Montolivo a quello di Milano, di Hamsik a Napoli?

Un sogno utopico, mi rendo conto: potremmo accontentarci di una piccola delegazione di dirigenti, dipendenti e fan. Sono però convinta che le associazioni che organizzano i Pride sparsi per tutto lo Stivale dovrebbero cercare di ottenere il sostegno delle squadre di calcio, invitandole ufficialmente a partecipare ai Pride locali. La loro adesione sarebbe un segnale fortissimo, più forte di qualunque campagna contro l’omofobia.

Sarebbe un messaggio importante verso tutta la società, e anche un segno di inclusione verso di noi, tifosi LGBT, troppo spesso offesi e nel migliore dei casi ignorati da un mondo così chiuso e omofobo.

Calcio e omofobia: si fa ancora troppo poco

Il video di ProVita diffonde odio e falsità: ma mentire non è peccato?

L’associazione ProVita – sempre molto attiva nel cercare di rovinare quella altrui – ha lanciato una petizione contro l’insegnamento della fantomatica “teoria del gender” nelle scuole. Di questa assurda e inesistente teoria ho già parlato qui, elencando le falsità dei cattotalebani sulla comunità LGBT.

La petizione è accompagnata da un video – francamente brutto, oltre che menzognero – che in pochi secondi riesce a mettere in fila uno dopo l’altro una serie di stereotipi su omosessuali e transessuali. Un giovane uomo, intento a cazzeggiare davanti alla TV, viene bruscamente interrotto dall’arrivo della moglie e del figlio, sconvolto – a quanto pare – dalla lezione “gender” a cui ha assistito a scuola. L’uomo, di colpo tramutatosi in un attento educatore della prole, chiede spiegazioni alla donna e lei – ravanando nella borsa per un tempo interminabile, forse alla ricerca di quei neuroni che devono esserle caduti da qualche parte – dà inizio alla sagra dello stereotipo e della menzogna. Ma per un buon cattolico mentire non dovrebbe essere peccato?

Il video lo trovate qui, ma personalmente ne sconsiglio la visione ai deboli di stomaco.

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A questo ennesimo exploit omofobo dei cattotalebani, le associazioni LGBT – soprattutto quelle che operano attivamente nelle scuole – hanno il dovere di rispondere subito e in modo fermo.

Tutte queste falsità, tutto quest’odio vanno contrastati. Senza se e senza ma. La “teoria del gender” non esiste: è stata inventata dalle associazioni omofobe (Manif Homophobie pour tous, Sentinelle in piedi ecc.) per contrastare i progetti educativi in cui si parla di omosessualità, bullismo omofobico, rispetto per le differenze. E sì, anche di sessualità, ma sempre in modo consono al contesto e all’età degli studenti: non parliamo di sesso alle elementari (anzi, non ci entriamo neanche alle elementari!), come non parliamo di sesso alle medie, a meno che non siano gli studenti a fare domande specifiche. Capita invece di parlarne nelle scuole superiori, ricordando sempre l’importanza di usare il preservativo.

Non andiamo certo a dire ai bambini che possono fare sesso fin da piccoli, come invece insinua lo scandaloso video di ProVita, e non mostriamo loro immagini che possano turbarli. Spieghiamo loro, invece, che sì, “tutti gli orientamenti sessuali vanno bene”: e questa è l’unica cosa vera che viene detta nel video. Perché mai un orientamento o l’altro non dovrebbero andar bene, visto che sono tutti varianti naturali della sessualità umana?

È sufficiente dire ai vostri figli che anche i gay esistono per sconvolgervi? Perché dovete sapere che i bambini non restano affatto sconvolti quando scoprono le diversità, che siano differenze etniche o di orientamento sessuale: è quando iniziano a diventare più grandi, quando hanno ormai introiettato i falsi stereotipi della vostra cattiva educazione e il vostro pessimo esempio, che diventano intolleranti. Piccoli omofobi crescono: non ci nascono.

Volete crescerli così i vostri figli, dicendo loro che solo l’eterosessualità è moralmente accettabile? E se fossero omosessuali, volete farne dei repressi pieni di sensi di colpa e tic nevrotici? Bene, fatelo pure: ma non pretendete di imporre la vostra visione del mondo limitata e distorta nella scuola pubblica! Vivete e crepate da omofobi ma lasciateci vivere liberi di essere quello che siamo.

E se volete negare questa libertà ai vostri figli, sappiate che state facendo solo il loro male.

Tra l’altro, uno studio ha dimostrato che gli omofobi vivono circa due anni meno rispetto alle persone “normali” (perché si sa: l’omofobia non esiste in natura, esiste solo nella specie umana, quindi non è normale). Non so se sia vero o meno, ma un po’ ci spero.

Il video di ProVita diffonde odio e falsità: ma mentire non è peccato?

Ragazze lesbiche cacciate da un locale: ecco com’è andata e come (non) è finita

Nelle scorse settimane molti dei miei contatti su Facebook hanno condiviso un mio status riguardo a una brutta storia di omofobia avvenuta a Milano nel novembre scorso: due ragazze lesbiche erano state cacciate da una nota balera milanese.

In questi giorni, a distanza di tre settimane, molti mi stanno chiedendo come sia andata a finire la vicenda.

Ebbene, ecco come è andata e come (non) è finita.

Un passo indietro. A novembre una coppia di ragazze che aveva l’unica colpa di baciarsi in pubblico viene presa a male parole, umiliata e invitata a uscire da un locale: “Queste cose fatele fuori, a me fanno schifo”, intima loro un dipendente. Le due ragazze non stavano eccedendo nelle effusioni, si stavano semplicemente baciando entro i limiti della decenza: questo va specificato per quelli che “dipende da come si baciavano”. Come se questi distinguo venissero mai applicati agli etero.

Il giorno dopo le due ragazze, profondamente umiliate e rattristate, mi contattano tramite un’amica comune per chiedermi un consiglio sul da farsi. Per prima cosa, le invito a denunciare il fatto alla polizia. Rifiutano: per mancanza di fiducia nelle istituzioni e nelle forze dell’ordine, mi spiegano. E questo è stato forse un primo motivo di debolezza nella loro posizione. Non hanno voglia di dare spiegazioni, di rendere pubblica la loro umiliazione. Una reazione che non condivido, ma che è perfettamente legittima. Non insisto e non se ne fa nulla.

Ma quel che è accaduto è un fatto grave e umiliante, che mi brucia dentro e che – rifletto – dovrebbe essere reso pubblico e provocare una reazione indignata nell’intera comunità LGBT milanese.

Passano due mesi e a gennaio risento una delle due ragazze. Sembra aver preso sicurezza e sembra anche incazzata e finalmente decisa a reagire. Decidiamo insieme di pubblicare su Facebook dei post in cui raccontiamo l’accaduto e invitiamo amici e conoscenti a condividere il messaggio e a boicottare il locale. I post vengono subito condivisi da amici e amici di amici. Qualcuno suggerisce di organizzare un kiss-in, in poche ore l’indignazione monta negli animi. Siamo pronti a reagire all’offesa.

Allo stesso tempo, scrivo ad Arcigay Milano e invito la Consulta a contattare le due ragazze per ricostruire le dinamiche dell’accaduto e a condannare pubblicamente, tramite comunicato stampa, un fatto tanto grave per la nostra città. Arcigay prende tempo. Troppo tempo. Stiamo ancora aspettando.

Proprio così: a distanza di tre settimane non ho ancora ricevuto una risposta da parte della Consulta, e il comunicato di Arcigay non è mai uscito. Cos’è accaduto? Successivamente, una delle due ragazze mi spiegherà che l’associazione effettivamente le ha contattate per chiarire i fatti, ma che poi ha deciso di non intervenire. Dicono che, visto che il fatto è “vecchio” di tre mesi (non sapevo che l’omofobia avesse una prescrizione tanto breve!), non c’è più urgenza di intervenire: Arcigay preferisce evitare lo scontro e decide di non condannare pubblicamente il locale per l’errore di un singolo dipendente, riservandosi però per il futuro di organizzare qualcosa (qualcosa di non ben specificato) contro l’omofobia in generale, slegando quindi l’azione di risposta dal brutto fatto contingente.

Nel frattempo, però, mentre aspettiamo una risposta da Arcigay, i due post su Facebook continuano a essere condivisi e letti. Nei giorni successivi alla denuncia social, qualche cliente indignato scrive al locale e chiede spiegazioni. Ecco il secondo errore strategico: nonostante i miei ripetuti inviti, non sono state le due ragazze, e nemmeno Arcigay, a scrivere alla balera, ma altre persone.

Ed ecco la risposta del locale, ricevuta tramite messaggio privato da un ragazzo che aveva chiesto spiegazioni sull’accaduto.

Ci dispiace tantissimo ricevere questo messaggio e dover rispondere a chi in questi giorni sta chiedendo di boicottarci perchè avremmo allontanato due ragazze che si baciavano. Ci dispiace, perchè chi ci conosce sa quanto amore e quanta fatica mettiamo nella nostra amata balera, che nasce come un luogo di incontro per tutti, senza nessuna discriminazione! A volte ci è capitato di chiedere a qualcuno di star calmo: al bambino troppo vivace, a chi balla anche quando la musica è finita o a chi piace troppo il nostro vino e se a volte non siamo stati troppo gentili ci scusiamo, è stata solo stanchezza.
Mai e poi mai ci permetteremmo di allontanare delle persone dal nostro locale solo perché sono gay. C’è stato un grande fraintendimento e le persone interessate sono state invitate a maggiori spiegazioni da parte nostra e felici di averle di nuovo tra noi per chiarimenti. È davvero doloroso passare per persone che non siamo.

Non si può certo dire che siano delle scuse. Anzi. È una risposta paracula che sembra quasi un’ammissione di colpa. Prima si dice che il fatto non sussiste, poi lo si accosta con malafede ad altri esempi di clienti fastidiosi (bambini vivaci, avventori alticci): ma allora, questo fatto è accaduto o no? E perché mai due ragazze che si baciano dovrebbero essere fastidiose? Per quale motivo un dipendente del locale dovrebbe sentirsi legittimato a intervenire? Non ci risulta nemmeno che le due siano state contattate per un confronto sull’accaduto.

Ovviamente, a questo punto, è la parola delle due ragazze contro quella dei gestori. Sappiamo quanto sia difficile provare atti umilianti reiterati, per esempio il bullismo e il mobbing: immaginate quanto sia difficile fornire le prove di un singolo atto discriminatorio durato in tutto pochi minuti.

Mancando il sostegno di Arcigay, le due ragazze si sentono sole e doppiamente umiliate. I propositi battaglieri si spengono in un mare di delusione nei confronti della più grande associazione LGBT di Milano. L’indignazione sui social, col passare dei giorni, si smonta come una maionese impazzita. Ma quando il singolo cittadino non si sente abbastanza forte e non vuole – o non può – metterci la faccia, dovrebbero essere proprio le associazioni a farlo al posto suo.

E quindi finisce così, con un nulla di fatto.

A me restano amarezza e delusione, ma anche una lezione importante. Ai miei occhi è ormai palese l’inadeguatezza dell’intervento di Arcigay in casi come quello che ho descritto. La presenza di un’associazione sul territorio non può limitarsi agli eventi programmati, che siano il Pride o gli incontri nelle scuole. Occorre anche saper affrontare le circostanze impreviste: e questo vale sia per gli attacchi della destra, che troppo spesso vengono lasciati passare senza una ferma risposta, sia – a maggior ragione – per i casi di discriminazione in cui le stesse vittime bussano alla tua porta in cerca di sostegno.

Quali sono i motivi di questa inadeguatezza? Eccessiva burocratizzazione dei meccanismi decisionali, enorme lentezza nel prendere posizione, ritardi ed errori nella comunicazione pubblica.

Non è un caso che negli ultimi mesi, in un periodo in cui la comunità LGBT si trova costantemente sotto attacco da parte della destra cattolica, il vuoto di azione e di rappresentanza lasciato dalle associazioni LGBT “tradizionali” sia stato riempito, per lo meno a livello locale, da un gruppo attivo e propositivo come i Sentinelli di Milano, nati a ottobre come reazione al fenomeno delle Sentinelle in piedi.

Sono già tre le azioni organizzate dai Sentinelli nell’ultimo mese: il presidio contro il convegno omofobo di Regione Lombardia (a cui si sono poi accodate tutte le altre associazioni), il presidio del 7 febbraio contro Forza Nuova che volantinava in pieno centro le sue menzogne sul “gender” e il flash-mob in programma per San Valentino, poi rimandato a causa del cattivo tempo. Ben vengano quindi i gruppi che si formano spontaneamente dal basso, che si dimostrano più agili e “sul pezzo” rispetto alle associazioni tradizionali. Ma queste ultime dovrebbero riprendere il loro ruolo e riflettere sulle dinamiche interne che le muovono.

Non so come andrà avanti la mia storia d’amore e disamore con Arcigay, se continuerà o meno con profitto reciproco (resto pur sempre una volontaria del Gruppo Scuola, non a caso la sezione di Arcigay più attiva e propositiva nel contesto milanese). Di certo sono molto delusa da com’è stata gestita – o meglio, non gestita – questa vicenda.

Ragazze lesbiche cacciate da un locale: ecco com’è andata e come (non) è finita

Le trite menzogne dei nuovi paladini della libertà

liberta di espressione

Mentre il mondo occidentale si interroga sulla salvaguardia dei valori democratici e della laicità delle istituzioni dopo gli attentati di Parigi, in Italia assistiamo al solito teatrino dell’ipocrisia. I catto-leghisti si scoprono paladini di Charlie Hebdo e con il pretesto della libertà di espressione, anzi manipolandola a proprio uso e consumo, cercano di mettere a tacere chi è diverso da loro: musulmani, immigrati, omosessuali.
Proprio in questi giorni la querelle sul convegno omofobo organizzato da Regione Lombardia ci ha dato modo di ascoltare per l’ennesima volta le menzogne che la destra bigotta va ripetendo sulla comunità LGBT. Distorsioni della realtà operate in mala fede da parte dei politici e diffuse dai media al popolo bue.
Passiamone in rassegna alcune tra le più recenti e cerchiamo di fare chiarezza.

La teoria del gender

Già da diversi mesi i bigotti stanno agitando questo spauracchio.Ma la teoria del gender non esiste: si tratta di un orribile ibrido linguistico inventato ad hoc per infangare l’operato delle associazioni LGBT nelle scuole, distorcendo vergognosamente la realtà. Vi basterà una breve ricerca su Internet per rendervene conto: gli unici a parlare di “teoria del gender” sono siti cattolici e di destra, mentre gli articoli di altre fonti sono tutti volti a smascherare questo falso ideologico. Forse i nostri ignorantissimi bigotti si confondono con i gender studies che nacquero negli anni ’70 in ambito sociologico, politico, antropologico, letterario? Peccato che fossero tutt’altra cosa!

L’accusa dei catto-leghisti è chiara: voi gay andate nelle scuole per convertire gli adolescenti. La verità è ben diversa. A differenza dei bigotti, gay e lesbiche sanno benissimo che non è possibile cambiare l’orientamento sessuale di una persona: e anche se fosse possibile, non è affatto questo lo scopo degli incontri LGBT nelle scuole. Le associazioni LGBT che operano nelle scuole, per esempio il Gruppo Scuola di Arcigay Milano di cui faccio parte da qualche anno, non svolgono “lezioni di teoria del gender”, come si è permessa di dire l’assessora lombarda Cristina Cappellini durante la conferenza stampa in cui è stato presentato il famoso convegno sulla famiglia tradizionale. Addirittura la nostra eroina ha affermato che lo scopo di tali lezioni sarebbe quello di “annullare le identità sessuali”. Farneticazioni di una persona che non conosce l’argomento di cui parla e che anzi tenta in ogni modo di distorcerlo e strumentalizzarlo.

Di cosa parlano quindi i volontari LGBT nelle scuole?

Di bullismo (omofobico, ma non solo), di rispetto per le diversità, di stereotipi (non soltanto sui gay: i nostri studenti sono troppo spesso imbevuti di stereotipi sulle donne), di pregiudizi e discriminazioni. Non si intende quindi “cancellare le differenze tra i sessi”: si fanno anzi riflettere i ragazzi e le ragazze sulle differenze di trattamento che ancora oggi, purtroppo, la nostra società riserva ai maschi e alle femmine. Si riflette, quindi, sulle norme sociali che determinano uno status di privilegio per i maschi a discapito delle femmine. Rispondiamo inoltre alle domande dei ragazzi sulla sessualità e sulle malattie sessualmente trasmissibili: e siamo contenti e fieri di farlo, visto che i nostri adolescenti sono tra i più ignoranti in Europa riguardo alle tematiche sessuali. Organizziamo anche incontri specifici sull’Omocausto, un argomento troppo spesso taciuto nelle nostre scuole.

Che cosa vi fa paura, quindi, di questi incontri? Cosa mai potremmo insegnare agli adolescenti se non il rispetto verso tutte le differenze e l’importanza della parità tra i sessi?

Vi ricordate l’ondata di laboratori multiculturali, a volte un po’ buonisti e naïf, che negli anni ’90 spuntavano come funghi nelle nostre scuole? Io me li ricordo, ero alle medie. Al di là del buonismo e delle semplificazioni (si parlava di “cultura africana” in barba all’infinità di etnie che popolano quel vastissimo continente), qual era lo scopo di quegli incontri? Prepararci alla convivenza pacifica tra diversi, insegnarci a cogliere l’umanità di ognuno al di là delle apparenti differenze. Non so dire se tali laboratori abbiano funzionato: ho qualche dubbio, vista la quantità di cerebrolesi xenofobi che ci sono in giro. Ma nessuno oggi si sognerebbe di vietare un incontro sull’integrazione e sul multiculturalismo della nostra società, né di difendere una presunta libertà di espressione quando essa sfocia nel razzismo. Lo stesso vorremmo che capissero i bigotti, che continuano a distorcere la realtà dei fatti e a gridare allo scandalo per degli incontri a scuola che sono tutt’altro che scandalosi.

Il ddl Scalfarotto sull’omotransfobia limita la libertà di espressione

È stato proprio questo il pretesto per la nascita delle Sentinelle in piedi. Eh sì, perché a questa gente sta molto a cuore la libertà di espressione. Ma solo la sua, quando si tratta di insultare immigrati e gay.

E comunque non è proprio questo il caso, potete smetterla di preoccuparvi. Il ddl Scalfarotto, che tra l’altro è ancora fermo alla Camera, non introduce un reato di opinione: chi si schiera contro il matrimonio egualitario non rischia il carcere, come invece paventano i soliti bigotti dal naso lungo. L’emendamento Verini, infatti, spiega che le norme della legge Mancino sono norme penali che non riguardano i conflitti sulle opinioni.

La cosa grave, però, è che il ddl Scalfarotto sembra legittimare l’omotransfobia in alcuni ambiti: “non costituiscono atti di discriminazione le condotte delle organizzazioni di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto”. Come dire: se insulti un gay da solo la legge ti punisce, se invece lo fai all’interno di un’organizzazione, la legge chiude un occhio. Una vera manna per tutti quei personaggi che devono la loro notorietà non ai propri meriti politici bensì alle proprie reiterate esternazioni omofobe.

Si tratta quindi di un disegno di legge confuso, che nel tentativo di salvare capra e cavoli ha finito per attirarsi le critiche di tutti: della comunità LGBT, che non si vede abbastanza tutelata, e dei nostri incontentabili catto-leghisti, che temono di vedersi negato il “diritto di insulto”.

I gay non vogliono sposarsi

Questa fa proprio ridere. E perché mai allora sprechiamo tutte quelle energie e quella voce a ogni Pride, a ogni manifestazione, per chiedere uguali diritti, compresi il diritto al matrimonio e all’adozione? Massimiliano Romeo dovrà almeno spiegarci quali e quanti gay conosce, per poter generalizzare la sua affermazione a tutti.

E avanti così. Se non trovi argomentazioni valide e vere per negare i diritti a una parte della cittadinanza, vai di fantasia!

Chiudo con un invito a partecipare al presidio contro il convegno omofobo organizzato da Regione Lombardia con lo scippo del logo di Expo 2015. Qualche giorno fa il segretario del Bureau international des expositions, Vicente Gonzalez Loscertales, ha condannato l’uso del logo Expo in relazione a un evento omofobo e discriminatorio, usando parole forti e parlando perfino di “abuso”. Ma Maroni non ci sente: il logo del prestigioso evento internazionale è ancora là, a certificare la colossale figuraccia del nostro Paese.

L’appuntamento è per sabato 17 gennaio, alle 14, in piazza Einaudi, Milano. Purtroppo la Questura, per ragioni imperscrutabili, ha spostato la manifestazione da piazza Città di Lombardia, dove sorge il palazzo della Regione, a piazza Einaudi, più nascosta. Ma noi saremo tantissimi, riempiremo la piazza e le vie circostanti. Pacifici sì, ma incazzati e determinati!

Le trite menzogne dei nuovi paladini della libertà

365 giorni di orgoglio

Milano 17/01/2015

Queste feste, per me, sono state all’insegna della memoria e dell’orgoglio LGBT, grazie a tre film molto belli e riusciti. A Natale ho visto The Normal Heart, a Capodanno Pride e The Imitation Game uno dopo l’altro. Ve li consiglio tutti e tre. Risveglieranno la vostra coscienza, la vostra rabbia, e daranno fondo alle vostre scorte di fazzoletti.

Sono preziosi quei film e quei libri che concorrono a risvegliare e – nel caso dei più giovani – a creare la nostra “coscienza di classe”: proprio come i lavoratori, un tempo, erano uniti da un forte senso di appartenenza, allo stesso modo noi dobbiamo continuare ad alimentare la nostra consapevolezza di appartenere a una minoranza. Una minoranza che ha sofferto tanto e che ancora oggi, in molti Paesi del mondo, deve lottare per i propri diritti e la propria dignità. Dobbiamo perpetuare la memoria, ricordare i torti, le ingiustizie e le violenze subite. Ma non possiamo fermarci alla “memoria della sfiga”. Dobbiamo ricordare anche i nostri eroi, le nostre conquiste.

In The Normal Heart il protagonista dice con orgoglio:

A gay man is responsible for winning World War II. That’s how I want to be remembered. As one of the men who won the war.

(Si riferiva ad Alan Turing: chi non conosce la sua storia corra al cinema o si legga Enigma, il bel fumetto di Tuono Pettinato e Francesca Riccioni.)

Ricordiamo sì i nostri martiri, ma anche i nostri eroi, il meglio che la comunità LGBT ha dato al mondo. Perpetuiamo il loro ricordo, siamone fieri. Gli sfigati, i perdenti sono quelli che ancora oggi vorrebbero curarci, sterminarci, privarci di diritti e farci vivere nel silenzio e nella vergogna.

Allo stesso tempo, però, non lasciamo che la nostra “coscienza di classe” diventi una barriera rispetto alle altre minoranze. Il film Pride mostra bene la forza della solidarietà, della collaborazione tra gruppi apparentemente lontani: minatori, lesbiche e gay insieme per i propri diritti, nel 1984. Certo, era l’Inghilterra, un Paese che ancora oggi ha ci dà la birra (un’espressione particolarmente azzeccata per il Regno Unito) riguardo a civiltà e coscienza sociale. Giustizia sociale è garantire i diritti di tutti. Di lesbiche, gay e trans, ma anche dei lavoratori, dei migranti, dei disabili, dei malati.

Il Milano Pride del 2014 ha rappresentato un tentativo di creare una rete di solidarietà, di cercare il sostegno di altre minoranze coinvolgendo i gruppi dei migranti. Purtroppo ha funzionato solo un giorno su 365. Molto ancora può e deve essere fatto. Dobbiamo coinvolgere i lavoratori: precari, lavoratori della conoscenza, della comunicazione, della sanità, della scuola. Gli insegnanti, soprattutto.

“Non vedo l’ora che sia giugno!”: così mi dicevo subito dopo aver visto proprio Pride. Perché è proprio questo che provavo: la voglia irrefrenabile di scendere in piazza per i nostri diritti, l’esaltazione, l’unione per uno scopo comune, la solidarietà. La rabbia, tanta rabbia. Ma non ci sarà bisogno di aspettare giugno per scendere in piazza a manifestare.

È proprio di questi giorni la notizia che Expo e Regione Lombardia patrocinano, con tanto di logo istituzionale, un dubbio convegno a difesa della cosiddetta “famiglia tradizionale”. Famiglia che, ricordiamolo, non è in via di estinzione ma si trova semplicemente a convivere con altri tipi di famiglia. Perché, anche senza il benestare dei bigotti, la società cambia. Sempre più lesbiche e gay escono dell’armadio, si rendono visibili e chiedono legittime tutele per le loro coppie e famiglie.

Ci hanno fatto credere che per dare qualche tutela in più ai precari è necessario toglierne ai lavoratori assunti a tempo indeterminato (questo il pretesto per smantellare l’articolo 18). Allo stesso modo, altri vogliono farci credere che concedere diritti alle coppie e alle famiglie LGBT significhi toglierne alla famiglia “tradizionale”. Ci vogliono disuniti, atomizzati, pieni di odio l’uno contro l’altro. Ma al contrario è proprio grazie alla solidarietà sociale che si può lottare per i diritti di tutti. Non miei o tuoi, di tutti.

Il 17 gennaio saremo là, in Piazza Città di Lombardia, per protestare contro un convegno vergognoso, che pretende, nel 2015, di diffondere idee false e antiscientifiche riguardo a presunte cure dell’omosessualità. Spero che potremo vedere unite in un fronte comune tutte le realtà LGBT di Milano, da quelle più radicate e strutturate, come Arcigay e Arcilesbica, a quelle più piccole, come i gruppi universitari, a quelle più recenti, nate spontaneamente dal basso, come I Sentinelli di Milano. E spero di vedere, insieme alle associazioni LGBT, tanti amici eterosessuali che hanno a cuore la giustizia sociale del nostro Paese.

365 giorni di orgoglio