Anche quest’anno adotta un piccolo Pride!

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La stagione dei Pride si è aperta due settimane fa ad Arezzo: a fine maggio 10.000 persone hanno preso parte al Toscana Pride. Il sabato successivo l’orgoglio LGBT ha sfilato a Reggio Emilia e Potenza (primo Pride della Basilicata). Ma l’Onda è soltanto all’inizio, continuerà a ingrossarsi col passare delle settimane e toccherà il suo apice, come da tradizione, a fine giugno.

Come l’anno scorso, anche questa volta vi esorto a sostenere i Pride di provincia. Per contribuire alla visibilità LGBT in quelle realtà in cui essere omosessuale, bisessuale, transgender, asessuale o intersex è spesso più difficile rispetto a una grande città.

Tra i tanti eventi dell’Onda Pride 2017 avete solo l’imbarazzo della scelta. Ben 24, infatti, le città coinvolte.

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Potete, per esempio, sfilare per le vie di Pavia e Udine sabato 10 giugno (in contemporanea con Roma), o per quelle di Varese e Brescia la settimana successiva.

Il 24 giugno, in contemporanea con il Pride di Milano, sfileranno le comunità LGBT di Catania, Napoli, Latina e Perugia. 

Toccherà poi a Bologna, Cosenza, PalermoGenova e Bari (1 luglio), mentre l’8 luglio potrete scegliere tra mare e montagna con i Pride di Sassari e Alba.

Gli ultimi Pride saranno molto vacanzieri: a Siracusa il 15 luglio, a Rimini il 29 e infine a Gallipoli il 19 agosto.

Per quel che mi riguarda, quest’anno purtroppo non sarò presente al Varese Pride (la cui prima edizione, nel maggio scorso, riscosse un buon successo), ma ho deciso di sostenerlo con una donazione.

Potete infatti sostenere il vostro piccolo Pride (ma anche più di uno, si intende!) in vari modi: partecipando al corteo, spargendo la voce, donando qualche soldino.

Forza! Anche quest’anno un piccolo Pride vi sta aspettando!

Anche quest’anno adotta un piccolo Pride!

Dopo il referendum costituzionale: le responsabilità di Renzi e la ricostruzione della sinistra

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Oggi tocca sentire frasi come “Chi ha votato No ha fatto cadere il governo!”, “Sarete contenti!”, “Rimpiangerete Renzi!”. A metà tra il rancore politico e la profezia di fra’ Cristoforo.

Non è così. Non ho votato per far cadere il governo, ho votato contro una riforma costituzionale fatta male, che ci saremmo tenuti per decenni. A far cadere il governo è stato lo stesso Renzi, che aveva scelto consapevolmente di personalizzare il referendum sulla riforma costituzionale. Che tale avrebbe dovuto rimanere. In un referendum il cittadino ha il sacrosanto diritto di esprimere la sua opinione solo e soltanto sulla questione in esame senza dover sottostare a ricatti politici, per una buona volta. È scorretto verso gli elettori, oltre che miope dal punto di vista strategico (e si è visto), mettere i cittadini nella condizione di dover esprimere un voto politico anziché dare un parere sul merito della questione. Per i voti (e i ricatti) politici ci sono le elezioni politiche, che Renzi a suo tempo non aveva affrontato. Inutile e dannoso volerlo fare ora. Dannoso per tutti, perché la caduta di un governo non è mai una cosa positiva. E no, ora non sto certo esultando.

Per quanto riguarda il rimpiangere o meno Renzi, dipenderà ovviamente da chi salirà al governo dopo di lui. Mi fa orrore l’eventualità di un governo di destra, leghista e populista. Ma se così sarà, anche quella responsabilità andrà addebitata sul conto di Renzi, travolto dal suo personalismo. Una volta perso il referendum, non aveva alternative alle dimissioni: o si dimetteva o perdeva la faccia e prestava il fianco a chi – come lui, ma dalla parte avversa – aveva cavalcato la sovrapposizione tra il referendum e il voto politico (con la differenza che all’opposizione di destra faceva molto comodo questa personalizzazione del referendum: non aveva nulla da perdere e tutto da guadagnare).

Renzi ha chiuso il suo governo con un gesto che nessun altro, nella recente storia politica italiana, aveva mai avuto il coraggio di compiere: le dimissioni. Ma più che un gesto nobile è stato un beau geste dovuto, proprio perché non aveva alternative. Si era messo all’angolo lui stesso. Gli riconosco l’onestà e la coerenza con cui ha accettato il verdetto e si è assunto le sue responsabilità, ma non basta per riabilitare ai miei occhi il suo governo. Un governo che ha fatto cattive leggi in tutti gli ambiti che più mi stavano a cuore: il Jobs Act, la Buona scuola, le unioni civili. Un governo che ha fatto tutto ciò che un governo di sinistra non dovrebbe fare.

Oggi si apre l’ennesima crisi politica degli ultimi anni – altra responsabilità che va ascritta al premier uscente – e Renzi chiede di tornare alle urne con la stessa legge elettorale che fino a ieri diceva di voler cambiare prima di subito. Questo sarebbe il vostro grande statista?

A tutti noi fa paura l’idea di un governo leghista e populista. E allora rimbocchiamoci le maniche fin d’ora per ricostruire una vera sinistra, che da troppo tempo manca alla politica di questo paese. Per troppi anni ci è toccato votare ed essere governati senza sentirci rappresentati da nessuno, per troppi anni siamo stati messi nella condizione di dover scegliere tra partiti minoritari che sarebbero rimasti fuori dal Parlamento e il classico “minore dei mali”. Per troppi anni abbiamo dovuto constatare il progressivo scollamento tra la sinistra e il cosiddetto Paese reale, fino ad avere un Partito Democratico (in coalizione con Alfano, va detto) che di sinistra ha fatto poco o nulla. Dopo la Brexit e Trump la deriva populista sembra inarrestabile. E invece no: in Austria i verdi di Van der Bellen hanno dato una bella mazzata all’estrema destra di Hofer.

Segno che c’è ancora spazio per la buona politica.

Dopo il referendum costituzionale: le responsabilità di Renzi e la ricostruzione della sinistra

Adotta anche tu un piccolo Pride

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Varese, Milano, Madrid.

Questi i miei Pride del 2016. E se gli ultimi due non hanno certo bisogno di presentazioni (quello di Milano è il Pride della mia città e ve ne ho parlato più volte lo scorso anno; quello di Madrid, con quasi 2 milioni di partecipanti, è il più grande d’Europa), meno scontata è la scelta di Varese.

Credo sia fondamentale sostenere i Pride che si svolgono nelle città medio-piccole. Significa dare un segno di vicinanza e solidarietà alle comunità LGBT locali, che si trovano a vivere in realtà spesso chiuse e omofobe. Significa contribuire, almeno per un giorno, alla visibilità delle persone LGBT di quella città, sfidando gli sguardi giudicanti di chi continua a non capire. E visibilità, come sappiamo bene, è la parola chiave per la rivendicazione dei diritti civili. Non è un caso che il messaggio politico del Varese Pride sia (R)esistiamo.

Sono nata a Lecco (48.000 abitanti, una lunga e pervasiva tradizione leghista e ciellina, neanche un cinema sopravvissuto alla crisi delle sale: giusto per dare due pennellate sulla situazione politica, sociale e culturale) e so bene quanto sia difficile, per una persona LGBT, vivere la propria giovinezza in un contesto simile. Bene che ti vada, passerai quelli che dovrebbero essere gli anni della spensieratezza nel silenzio, nascondendo la tua identità e i tuoi sentimenti, spesso anche alle persone che ti sono più vicine. Nella peggiore delle ipotesi, se sceglierai di fare coming out, o se ti faranno outing, è altamente probabile che verrai preso in giro, emarginato, forse anche bullizzato. Ti sentirai un marziano, per anni penserai di essere l’unico fatto così. Fortunatamente, oggi, la situazione è meno cupa rispetto a quella che ho conosciuto io ai miei tempi (oddio, mi sento vecchia!). Da qualche anno le cose stanno cambiando, nascono luoghi di incontro e occasioni di condivisione per le persone LGBT, e l’associazione Renzo e Lucio sta facendo un ottimo lavoro per quanto riguarda la sensibilizzazione della cittadinanza. Penso e spero che sia così anche per altre realtà di provincia. Ma la strada da fare è ancora lunga. Al Nord come al Sud.

Il Pride di quest’anno è il primo per la città di Varese. Una città tradizionalmente di destra, in cui la vita per le persone LGBT non è facile. Per darvi un’idea delle tante difficoltà che gli organizzatori devono affrontare, vi sintetizzo solo l’ultima: a tre giorni dal corteo, la Questura ha modificato il percorso in modo tale che non passi dal centro. Inoltre ha modificato la piazza finale da piazza Monte Grappa a piazza Ragazzi del ’99, che è un parcheggio chiuso, a causa della presenza della sede di un partito politico (a quanto pare la Lega) in Corso Matteotti. Il mesaggio è chiaro: fatevi pure il vostro Pride, ma senza farvi vedere dalla brava gente.

Per queste ragioni ho deciso di partecipare al Pride di Varese. E vi invito tutti ad adottare (almeno) un “piccolo Pride” ogni anno. Ora e negli anni a venire.

Qui il calendario di Onda Pride 2016. Il corteo di Pavia è già passato (11 giugno), ma sono ancora molti i piccoli Pride che aspettano il vostro sostegno!

 

Adotta anche tu un piccolo Pride

Strage di Orlando: un penoso day after

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Mi è ancora difficile trovare le parole per commentare quanto successo a Orlando, anche se lo shock e la paura stanno pian piano scemando col passare delle ore. La notizia ci è stata data ieri pomeriggio, proprio sul finire del week-end formativo del Gruppo Scuola di Arcigay Milano. Era stato un week-end di gioia e condivisione, in cui avevamo programmato le attività del prossimo anno nelle scuole. È stato un fulmine a ciel sereno. I numeri drammatici della strage, seguiti in serata dalla notizia dell’uomo armato arrestato mentre si dirigeva al Pride di Los Angeles, ci hanno terrorizzati. La sensazione, angosciante, era quella di essere – anche a migliaia di chilometri di distanza – sotto attacco e inermi di fronte alla violenza. Fortunatamente in quel momento non eravamo da soli. Eravamo tutti insieme, e il sostegno che ci siamo dati l’un l’altro è stato fondamentale per trovare la forza di reagire. Un abbraccio, una parola, una spalla su cui piangere, un amico che ti invita a cena perché non è proprio il momento di stare da soli, non questa domenica sera.

All’indomani dell’attentato, c’è che minimizza (tanto erano tutti gay), c’è chi addirittura esulta per la strage di froci (l’odio per gli omosessuali è una di quelle cose che riescono a mettere d’accordo i fondamentalisti cristiani e quelli islamici), c’è chi strumentalizza quanto accaduto (Adinolfi, che pochi mesi fa aveva auspicato l’uso dei fucili contro i matrimoni omosessuali, ora esprime una pelosa solidarietà alla comunità LGBT; lo stesso papa Francesco, che si è sempre opposto alla moratoria ONU contro la pena di morte per il “reato” di omosessualità, si dice addolorato). C’è addirittura chi individua la causa della strage in un bacio tra due gay – immagino che anche la sera del Bataclan ci fossero stati innumerevoli baci, sia etero sia omosex, quindi forse è l’atto del bacio in sé che deve essere vietato, e non la diffusione dell’odio e delle armi.

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I messaggi di cordoglio dei politici italiani sono sembrati messaggi di circostanza: freddi e scritti solo per senso del dovere. E, soprattutto, la maggior parte dei nostri politici ha evitato accuratamente di ricordare che le vittime erano omosessuali. Si è parlato genericamente di “fratelli americani”. Una delle poche a rivolgersi direttamente alla comunità LGBT è stata Laura Boldrini. Il Movimento 5 Stelle, addirittura, non ha sentito alcun bisogno di condannare l’attentato: non un tweet, non una dichiarazione.

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All’estero, intanto, le iniziative simboliche a sostegno della comunità LGBT americana si moltiplicano. Diversi monumenti, sia negli Stati Uniti sia in Europa, sono stati illuminati con i colori arcobaleno oppure sono stati spenti in segno di lutto. In Italia, al momento, nessun sindaco ha avanzato proposte simili. Anzi, c’è quasi da temere che Regione Lombardia faccia comparire sul Pirellone l’esultante scritta “-50!”.

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E i media? Il confronto con la copertura mediatica degli attentati di Parigi è inevitabile e lampante. Dopo il 13 novembre 2015, fiumi di dirette TV, ore e ore di approdondimenti per quello che veniva definito un attacco ai nostri valori. E l’attentato al Pulse di Orlando, invece, non lo è? Uccidere 50 persone in un locale gay – un luogo che simboleggia la libertà sessuale di cui godiamo nella nostra società – non è un attacco ai nostri valori? Anche i toni con cui è stata riportata la notizia sono molto diversi da quelli usati per Parigi: oggi non c’è lo stesso senso di tragedia e lutto, non c’è lo stesso pathos. Non c’è nemmeno la caccia alla lacrima facile dello spettatore/lettore, il che non è certo un male in sé, ma è un chiaro indicatore del diverso atteggiamento nei confronti delle due notizie. Non si cerca di parlare al cuore e allo stomaco dello spettatore, di coinvolgerlo e farlo immedesimare, forse perché si presume che lo spettatore medio sia etero e quindi distaccato e fondamentalmente disinteressato (per fortuna ne conosco pochi di etero così!). Si presume, forse, che il lettore pensi: “A me non potrebbe mai succedere una cosa del genere, perché non potrei mai trovarmi in un locale come il Pulse”. L’esatto contrario di quanto accaduto per gli attentati di Parigi, dove l’immedesimazione e l’empatia erano massime proprio perché l’Is aveva colpito i luoghi di svago di tutti. L’attentato di Orlando, invece, non è narrato e di conseguenza non è vissuto come un attacco al nostro stile di vita. Semmai allo stile di vita dei gay.

Se l’indignazione a corrente alternata dei media occidentali non fa ormai più notizia, c’è da rilevare che anche la risposta della cittadinanza è ben diversa rispetto a quella osservata all’indomani degli attentati parigini. Basta fare un giro sui social per tastare con mano quanto questa tragedia non sia considerata “nostra” ma “loro”, cioè delle persone LGBT. E non si può dire, stavolta, che l’attentato abbia colpito un paese lontano da noi geograficamente e/o culturalmente (“Perché allora non mettete la bandiera siriana nei vostri profili?”, veniva chiesto polemicamente mesi fa a chi aveva postato il tricolore francese). L’attentato ha colpito la comunità LGBT americana, nel cuore dell’Occidente, e rappresenta la più grave strage a mano armata nella storia degli USA. E allora perché quest’indifferenza? Forse perché le vittime erano tutte omosessuali?

Scarsi, per non dire nulli, i messaggi di cordoglio e solidarietà da parte di intellettuali, artisti, esponenti del cinema e dello spettacolo, sportivi, associazioni di vario tipo.

Le uniche a far sentire la propria voce, esprimendo solidarietà alle vittime e condanna per l’orribile violenza, sono state le associazioni LGBT. Le uniche, tra l’altro, a organizzare fiaccolate e presidi per ricordare le vittime. Nel novembre 2015, invece, le manifestazioni di vicinanza al popolo francese si erano moltiplicate lungo tutto lo Stivale, organizzate da associazioni, scuole, istituzioni di vario tipo. Questa volta no, questa volta il lutto è solo della comunità LGBT. Sottintendendo che le vittime omosessuali non meritano nemmeno un minuto di silenzio.

Tutto questo – l’indifferenza di alcuni media e di molti cittadini, gli insulti e le strumentalizzazioni – non fa che acuire il senso di solitudine e accerchiamento di noi persone LGBT. Ma la solitudine è pericolosa, perché ti fa venire i pensieri peggiori: gettare la spugna, cedere alla disperazione, smettere di lottare.

Per questo è fondamentale restare uniti. Proprio ora che ci sembra di essere soli contro l’universo mondo. Scenderemo in strada già da stasera (a Milano il presidio organizzato da Arcigay si terrà dalle ore 20 in Largo Donegani), continueremo a reclamare i diritti civili che ci spettano, continueremo ad amare e a lottare con ancora più forza e visibilità. Uniti.

Strage di Orlando: un penoso day after

Unioni civili: una vittoria (tardiva) a metà

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Milano, 30 aprile 2016: la Festa delle Famiglie organizzata da Famiglie Arcobaleno. Foto di Alice Redaelli.

Con 20 anni di ritardo e dopo un decennio di rinvii e negoziazioni al ribasso, conditi da una buona dose di insulti e menzogne da parte della destra cattolica, l’Italia sta finalmente per approvare uno straccio di legge sulle unioni civili. Una legge tardiva e monca della stepchild adoption. La montagna ha partorito il topolino.

“Non è più possibile rinviare tutto”, dice Renzi festeggiando in un post l’ormai prossima approvazione del ddl Cirinnà. I diritti dei nostri figli, però, sì. Li hanno rinviati di nuovo a data da destinarsi. E conoscendo i tempi e l’ipocrisia della politica italiana, quella data è ancora molto lontana.

Questa legge è una vittoria a metà. Un punto di partenza, certo. Meglio di nulla, certo (piutost che negot l’è mej piutost, come si dice dalle mie parti). E tuttavia non può non restare l’amaro in bocca per una legge che sancisce ufficialmente una discriminazione.

Non ci fermeremo finché non otterremo la vera uguaglianza. Da domani (ri)comincia la lotta per il matrimonio egualitario.

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Il post con cui Matteo Renzi ha festeggiato (preventivamente) l’approvazione del ddl Cirinnà.

 

Unioni civili: una vittoria (tardiva) a metà

Cattolici PD: l’ennesima figuraccia sulla GPA

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L’ala cattolica del Pd ha depositato un emendamento all’articolo 5 del ddl Cirinnà sulle unioni civili a firma Gianpiero Dalla Zuanna, circa “l’estensione della punibilità delle pratiche di maternità surrogata se realizzate all’estero da cittadini italiani”. La GPA verrebbe punita con la reclusione da tre mesi a due anni e con una multa da 600.000 a un milione di euro.

Ora i cattolici del PD dovranno spiegarci per quale motivo l’Italia dovrebbe punire la GPA all’estero, se fatta in uno Stato in cui è legale e regolamentata e la donna libera e consenziente. Ricordo, tra l’altro, che da noi la GPA è già vietata. Dovranno anche spiegarci come mai ritengono tale pratica punibile con il carcere soltanto ora, visto che esiste da più di 20 anni – senza che nessun politico cattolico abbia mai sollevato obiezioni. Obiezioni che, guarda caso, vengono sollevate quando si sta discutendo se concedere o meno qualche straccio di diritto alle coppie omosessuali.

Sulla GPA e sulla libera scelta delle donne, vi rimando a questo articolo di Chiara Lalli, uno dei più lucidi e puntuali letti negli ultimi mesi.

Cattolici PD: l’ennesima figuraccia sulla GPA

Bilancio del 2015: il primo glorioso anno di Reflussi di coscienza

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Esattamente un anno fa, i primi giorni di gennaio, nasceva questo blog. Ecco qualche statistica sul 2015 di Reflussi di coscienza.

Articoli pubblicati: 27

Giorno con più pubblicazioni: mercoledì (9 articoli). Ho il sospetto che sia per l’imprinting di Topolino!

Giorno con più visualizzazioni: 27 giugno 2015 (4.490). Non a caso, il giorno del Pride.

Articoli più letti:

  1. 5 motivi per cui un etero dovrebbe partecipare al Pride (14.982, con 69 commenti e più di 9.000 condivisioni su Facebook)
  2. Due anni dopo, il matrimonio egualitario in Francia è come la baguette (6.211, con più di 4.000 condivisioni su Facebook)
  3. Le sentinelle in piedi e il nostro diritto alla rabbia

Se siete curiosi, cliccate qui per il report completo.

Grazie a tutti voi che avete letto, commentato e condiviso gli articoli di questo blog. Buon 2016 a tutti coloro che ogni giorno lottano per l’uguaglianza e per un’Italia migliore! Con l’augurio che questo sia l’anno giusto, l’anno in cui finalmente vedremo riconosciuti e rispettati i diritti della comunità LGBT anche nel nostro paese!

Bilancio del 2015: il primo glorioso anno di Reflussi di coscienza

Marta Loi: la battaglia del piccolo Ruben

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Immagine tratta da vanityfair.it

Vi ricordate Marta e Daniela, le due mamme che stanno lottando per il riconoscimento del loro piccolo Ruben da parte dello Stato italiano ?

Le due donne si sono sposate in Spagna, dove vige lo ius sanguinis: per questa ragione il loro bambino, nato a Barcellona, non può automaticamente ottenere la cittadinanza spagnola. Senza un certificato di nascita regolarmente registrato in Italia, Ruben risulta apolide, e di conseguenza non può accedere ai diritti basilari che hanno tutti gli altri bambini: passaporto, assistenza sanitaria, sussidi garantiti dallo Stato spagnolo ai genitori e ai loro figli.

Il certificato di nascita di Ruben era stato concesso e trascritto a ottobre dal sindaco di Napoli Luigi De Magistris, che sul documento aveva anche indicato come genitori entrambe le madri, e successivamente annullato dal prefetto Gerarda Pantalone.

Oggi una delle due mamme, Marta Loi, ha parlato alla conferenza TEDxSSC, organizzata dalla Scuola Superiore di Catania, e ha raccontato la vicenda di Ruben e la battaglia che insieme alla moglie Daniela sta portando avanti per il riconoscimento di pieni diritti per il loro bambino. Il pubblico catanese, evidentemente commosso, le ha tributato un lungo applauso.

Ecco le parole di Marta.

Sono qui per raccontarvi le storie di tre bambini. Il primo è Donato, che nacque nel Duecento in una situazione di povertà. A quell’epoca le famiglie abbandonavano i figli malati, perché non avevano i mezzi per curarli e per paura che contagiassero gli altri. Per noi tutto questo è assurdo: oggi abbiamo la consapevolezza che tutti i bambini devono essere protetti.

La seconda storia è quella di Oliver Twist, che tutti conoscete. Durante la rivoluzione industriale, quando migliaia di bambini erano impiegati nelle fabbriche con turni massacranti, la Gran Bretagna decise di vietare il lavoro minorile (ma solo per i bambini sotto i 9 anni) nel 1883.

Queste prime due storie dimostrano l’evoluzione della nostra società. La tutela dei bambini non è sempre stata scontata come lo è oggi: è stata una conquista storica. In passato, per esempio, i bambini non venivano educati dai loro genitori, ma da altre persone. Una tappa fondamentale fu il secondo dopoguerra: dopo la seconda guerra mondiale, infatti, si rese necessario tutelare i bambini, molti dei quali erano rimasti orfani.

La Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, ratificata nel 1989, afferma che tutti i bambini devono essere amati e protetti, che tutti i bambini sono uguali e che non devono essere discriminati. Afferma, inoltre, che devono avere un nome e una nazionalità.

La terza storia è quella di Ruben, nato il 3 agosto del 2015. Per alcuni mesi Ruben non ha potuto godere di tutti i suoi diritti: non ha avuto un documento di identità, né l’assistenza sanitaria. Non è stato possibile assegnargli un pediatra, e inoltre è rimasto bloccato in terra spagnola.

Ruben è nato a Barcellona da una donna italiana ed è quindi italiano. Daniela ed io viviamo in Spagna da 7 anni. Ci siamo conosciute, frequentate e innamorate. Dopo qualche anno abbiamo deciso di avere un figlio. Una scelta non facile, ma ci siamo informate per bene e abbiamo fatto ricorso all’inseminazione artificiale in una struttura pubblica spagnola.

Durante la gravidanza di Daniela, abbiamo deciso di sposarci per garantire a nostro figlio pieni diritti. Alla nascita, Ruben è stato registrato presso il Comune di Barcellona con i nostri due cognomi. La trascrizione in Italia – obbligatoria perché Ruben è italiano – non è stata possibile. L’ostacolo è stato il secondo cognome, il mio. È quindi iniziata la nostra battaglia: il certificato di nascita di Ruben, che gli riconosceva due madri legali, è stato trascritto all’Anagrafe di Napoli e poi parzialmente annullato venti giorni dopo.

Oggi io non ho diritti e doveri verso Ruben, e lui non può godere di pieni diritti. Non posso, per esempio, accompagnarlo a scuola e – se si ammalasse – il medico curante non sarebbe tenuto a parlarmi della sua situazione sanitaria.

Sono qui per parlare di diritti dei bambini. Dobbiamo tutelare tutti i bambini – come Donato, Oliver e Ruben. La Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia afferma che tutti i bambini devono essere tutelati senza alcuna eccezione o discriminazione.

Il nostro compito è quindi di garantire piene tutele e diritti a tutti i bambini: italiani e stranieri, ricchi e poveri, e anche ai figli delle coppie omogenitoriali.

Il caso di Ruben dimostra quanto grave e insostenibile sia, per le famiglie omogenitoriali, il mancato riconoscimento da parte del nostro Paese e quali pesanti ripercussioni esso abbia sulle vite quotidiane di migliaia di persone.

La speranza è che questo sia davvero l’ultimo Natale senza diritti per le famiglie omogenitoriali italiane e per i loro figli, e che nel 2016 la politica intervenga finalmente a colmare il vuoto legislativo che le penalizza.

Reflussi di coscienza vi augura buone feste e vi dà appuntamento a gennaio!

 

 

Marta Loi: la battaglia del piccolo Ruben

Un film sulle lesbiche senza il lesbodramma (e l’omofobia)

Possono bastare le buone intenzioni per fare un bel film? Evidentemente no.

Io e lei è un film realizzato con tanta buona volontà, pure troppa. Per buona parte del film la regia è intenta a mostrarci nel dettaglio la routine quotidiana della coppia Buy-Ferilli (il ritorno a casa dal lavoro, le cenette, la corsetta sul tapis-roulant, le serie TV guardate insieme sul divano), come a dimostrare allo spettatore italiano quanto bello e normale sia essere omosessuali nell’Italia di oggi.

Eppure il film, nonostante le buone intenzioni, è piatto e stereotipato.

Cosa manca? Secondo Claudio Rossi Marcelli, manca il sesso. Ci sono baci, gesti d’affetto, una scena di sesso pudicamente nascosta sotto un piumone. Ma possiamo aspettarci che un film italiano ci mostri una scena di sesso tra due donne? Suvvia, siamo realisti. Certo che no.

Quello che manca, a mio avviso, è il conflitto. Nell’ansia di rendere normale e accettabile l’amore omosessuale, è stato eliminato ogni tipo di conflitto. Non c’è conflitto tra la Buy e l’ex marito, né tra lei e il figlio. Non c’è conflitto tra la Ferilli e la sua famiglia d’origine di burini, dai quali ci aspetteremmo almeno un po’ della cara, vecchia e verosimile omofobia. Attenzione: non sto dicendo che tutti i burini siano omofobi, né che i privilegiati, magari laureati, non lo siano affatto: sto dicendo che in determinati strati della popolazione è più facile riscontrare razzismo e omofobia. E che un film che parla dell’essere omosessuali oggi in Italia non può non mostrare almeno una scena di omofobia: perché con l’omofobia devono fare i conti, ogni giorno, migliaia di cittadini e coppie omosessuali.

Non c’è un vero conflitto neppure tra Buy e Ferilli. Mancano le ripicche, i rancori, i piatti per terra, le ex ingombranti, “la tipa della mia tipa”. In una parola, manca il lesbodramma. (In cui, al contrario, un film come La vita di Adèle indugiava eccessivamente).

Quello che salvo nel film, oltre a qualche scena comica godibile, è l’accenno al tema della visibilità: alle certezze e all’orgoglio della Ferilli, donna lesbica più serena e risolta, si oppongono i dubbi e le paure della Buy.

Ma sinceramente, al di là delle buone intenzioni, è troppo poco.

Un film sulle lesbiche senza il lesbodramma (e l’omofobia)

Ddl Cirinnà: il prezzo dei diritti e la disobbedienza fiscale LGBT

Ultimamente ho scritto poco, per un senso di stanchezza e sconforto che forse mi perdonerete. E ne sono successe di cose nelle ultime settimane! Per recuperare almeno parzialmente, lasciatemi iniziare con una breve parentesi irlandese.

Nei giorni scorsi si è molto parlato dello storico referendum con cui la stragrande maggioranza degli irlandesi ha detto yes al matrimonio egualitario. L’Irlanda, che nella nostra testa – in modo automatico e forse un po’ stereotipato – associamo subito all’aggettivo “cattolicissima”, come se il sintagma fosse scolpito nel marmo, ci ha sorpresi tutti scoprendosi anche laica e democratica e diventando il primo paese al mondo a istituire il matrimonio egualitario per via referendaria. Il referendum ha avuto alcuni grandi meriti: 1) ha dimostrato chiaramente che su questi temi la società è molto più avanti della politica, 2) ha mostrato alla Chiesa che un cattolicesimo rispettoso dei diritti LGBT è possibile, 3) ha rilanciato il dibattito anche da noi, smascherando ulteriormente il ritardo dell’Italia e il gioco al ribasso di Renzi sulle unioni civili. Nonostante questi indubbi meriti, resto del parere che i diritti civili non debbano dipendere dalla pancia e dalle lune di una maggioranza di cittadini. Trovo anzi inquietante che una maggioranza sia legittimata a pronunciarsi sui diritti, e quindi sulla vita, di una minoranza. I diritti dovrebbero essere tutelati per via politica, non referendaria. Chiusa la parentesi irlandese.

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Stanchi e frustrati di dover festeggiare periodicamente l’approvazione del matrimonio egualitario all’estero, torniamo alle tristi vicende italiche. Eh sì, perché noi, per quanto si possa essere felici per gli amici irlandesi, ci saremmo anche un po’ rotti di festeggiare le conquiste civili degli altri: vogliamo uguali diritti qui, nel nostro paese! E invece qui siamo ancora al Medioevo, al vuoto legislativo, a un dibattito pubblico inquinato da stereotipi e insulti.

Come sapete, a maggio il ddl Cirinnà sulle unioni civili è approdato alla commissione Giustizia del Senato. Nel tentativo di ostacolarne l’iter, i catto-talebani di destra hanno presentato 4300 emendamenti, la maggior parte dei quali assurdi e pretestuosi. D’altra parte, quando non si hanno ragioni valide per negare i diritti a una minoranza, occorre lavorare di fantasia. Leggiamo, per esempio, uno dei tanti emendamenti presentati dal caro Giovanardi:

Sostituire il comma 1 con il seguente: «Due persone dello stesso sesso costituiscono un’amicizia civilmente rilevante quando dichiarano di voler (esclusivamente per interessi altamente meritevoli di riconoscimento da parte dell’ordinamento nazionale) fondare tale unione a mezzo reciproca raccomandata con ricevuta di ritorno in plico, ovvero a mezzo posta elettronica (eventualmente certificata) inviata per conoscenza all’Ufficiale di Stato Civile della residenza di entrambi i concubini».

All’indomani del referendum irlandese, molti esponenti della destra italica non hanno mancato di esprimere il loro illuminante commento. Giorgia Meloni: “”No al matrimonio tra persone dello stesso sesso: sarebbe una spesa enorme per lo Stato e una inaccettabile apertura alle adozioni gay”. Renato Brunetta“L’unico legame che deve essere destinatario delle risorse del welfare deve essere quello della famiglia”. Entrambi sembrano dimenticare che anche i cittadini omosessuali contribuiscono al welfare del paese, oltre che agli stipendi dei politici.

Una delle argomentazioni che sentiamo spesso ripetere dalla destra omofoba contro il matrimonio egualitario e le unioni civili è proprio di natura fiscale. Sostengono che le pensioni di reversibilità per le coppie omosessuali costerebbero troppo per il sistema pensionistico italiano. Oltre a essere falso – e lo spiego oltre – questo ragionamento è anche profondamente scorretto da un punto di vista etico: i diritti civili sono una questione di uguaglianza sociale, e da un punto di vista etico è scorretto pretendere che siano proporzionali al loro costo per lo Stato. La loro concessione non può dipendere da una logica di convenienza economica (convenienza che, ovviamente, va a tutto vantaggio dello Stato e a discapito dei cittadini LGBT). In altre parole, i diritti civili non hanno prezzo.

Se io vi proponessi: “Aboliamo il diritto di matrimonio degli ebrei, perché le loro pensioni di reversibilità costano troppo!” – questa frase non vi farebbe rabbrividire? Applicando la stessa logica di convenienza economica, perché allora non negare il diritto di matrimonio agli etero visto che, per ovvie ragioni, le loro pensioni di reversibilità costano molto di più? Oppure ai corrotti, ai delinquenti, ai mafiosi: se dobbiamo farne una questione economica e non di uguaglianza, mettiamoci anche un pizzico di “meritocrazia”. E invece no: in Italia possono sposarsi tutti, anche i corrotti, gli evasori, gli assassini, i violentatori, i mafiosi. Ma gli omosessuali no.

A marzo, intervenendo nel distorto dibattito pubblico sulle unioni civili, Alfano l’ha sparata grossa: la pensione di reversibilità per le coppie omosessuali costerebbe 40 miliardi di euro. Falso! Le pensioni di reversibilità delle sole coppie etero (che sono circa 14 milioni) ammontano infatti a 37,8 miliardi (dato del 2013). La cifra sparata da Alfano, quindi, non è assolutamente verosimile.

Altre volte, invece, gli oppositori del matrimonio egualitario tendono a sminuire i pochi dati esistenti riguardo alle coppie omosex conviventi in Italia, affermando che la questione riguarderebbe solo poche persone: ne conseguirebbe, quindi, che i diritti LGBT non possono essere una priorità per la politica italiana. Alfano e i suoi sodali si mettano d’accordo una buona volta: siamo troppi o siamo troppo pochi?

Ma torniamo alla questione delle pensioni di reversibilità. Quante sono, in Italia, le coppie omosessuali conviventi? Non lo sappiamo di preciso, perché molti ancora preferiscono non dichiararsi nei censimenti. Secondo l’Istat, nel 2011 le coppie conviventi dello stesso sesso erano solo 7513. Un dato certamente sottostimato.

Per fare una stima di quanto potrebbero costare le pensioni di reversibilità delle coppie omosessuali, è necessario quindi operare delle proporzioni a partire dai dati di paesi che hanno una struttura demografica simile alla nostra. È quanto ha fatto un’indagine di Termometropolitico.it, pubblicata a gennaio, che purtroppo – come spesso succede – non ha avuto eco sui media italiani.

Calcolando la stessa proporzione francese, ovvero di 1,331 coppie ogni 1000 abitanti, da noi ce ne dovrebbero esere circa 78 mila quindi più dieci volte la proporzione attuale.

Se attualmente a fronte di 14 milioni di coppie [eterosessuali] si produce un esborso per lo Stato di 37,8 miliardi annui, aggiungendone altre 78 mila si dovrebbero calcolare proporzionalmente 210 milioni di € in più, sempre annui.

Si tratta di un costo esiguo effettivamente, e si devono considerare altri fattori:

i matrimoni stanno diminuendo, vi saranno quindi sempre meno vedovi e vedove;

l’età media si alza, e quella degli uomini più di quella delle donne, chi rimarrà vedovo lo farà più tardi e vi rimarrà per meno tempo;

– le coppie gay essendo costituite da persone dello steso sesso non sarebbero comunque influenzate dal gap di vita media tra i coniugi, quindi una durata anche qui minore della vedovanza.

Sono considerazioni che portano a credere che se vi deve essere una correzione ai dati sulla reversibilità sia per etero sia per gay per il futuro è comunque più probabile sia al ribasso.

Qualche settimana fa, in occasione dell’inizio della discussione parlamentare sul ddl Cirinnà, il sito articolo29.it ha pubblicato un’indagine dell’INPS sulle pensioni di reversibilità delle coppie omosessuali.

Nello studio dell’INPS si rileva, difatti, come nel primo anno di entrata in vigore della legge, 2016, l’onere per lo Stato sarebbe pari a soli 100.000 euro, che diverrebbero 500.000 nel 2017 sino a raggiungere i 6 milioni di euro nel 2025. Dunque importi assolutamente risibili per il bilancio dello Stato.
L’INPS ha calcolato tali oneri con riferimento non al numero di coppie gay e lesbiche stimate in Italia dall’Istat (che sarebbero solo 7.500, cifra ritenuta sottostimata), ma approssimandosi al numero di coppie che hanno celebrato unioni civili in Germania nel primo decennio dall’entrata vigore dell’analoga legge i i vigente (ben 35.000 unioni civili). Si tratta, peraltro, di una previsione probabilmente eccessiva se si tiene conto che quel paese ha una volta e mezza gli abitanti dell’Italia.

I due studi non giungono agli stessi risultati, ma dimostrano che la spesa pubblica per le pensioni di reversibilità delle coppie omosessuali sarebbe esigua, ben lontana dalle cifre sbandierate come uno spauracchio dalla destra.

È ormai evidente come l’argomentazione della destra riguardo ai costi per lo Stato sia falsa e strumentale. L’augurio è che nella discussione parlamentare sul ddl Cirinnà tali menzogne vengano sbugiardate e ignorate.

Se vogliamo diventare un paese civile, è necessario che il dibattito pubblico non venga inquinato da sparate “alla Alfano” e che sia i politici sia i media la smettano di dare risalto ad affermazioni infondate e pretestuose. C’è quindi da chiedersi come mai i grandi quotidiani e le TV sistematicamente non diano notizia degli studi che abbiamo appena citato, né di dati significativi provenienti da paesi a noi vicini (come per esempio la Francia, di cui abbiamo parlato un mesetto fa).

Da ultimo, occorre sottolineare come l’Unione europea si sia già espressa sulla questione delle pensioni di reversibilità, affermando che un istituto giuridico (matrimonio o unione civile) che regolamenti e tuteli le coppie e che non preveda l’estensione delle pensioni di reversibilità anche alle coppie omosex sia da considerare discriminatorio. Nel ddl Cirinnà, quindi, non è possibile espungere il diritto alla pensione di reversibilità: parafrasando il nostro premier, “ce lo chiede l’Europa” (peccato che in materia di diritti LGBT Matteo Renzi si guardi bene dal sottolinearlo).

La ragione per cui Ilga Europe, nel suo ultimo rapporto, ha posizionato l’Italia in fondo alla classifica dei paesi più civili in materia di diritti LGBT (persino al di sotto di alcuni paesi dell’Est) è proprio questa: il totale vuoto normativo in materia di matrimoni e unioni civili. Per non parlare della mancanza di una legge seria contro l’omofobia (e il ddl Scalfarotto, che giace ancora in Parlamento, non lo è). È ben triste dover constatare che oggi, nel 2015, cinque secoli dopo la fine del Medioevo, in materia di diritti e rispetto per le persone LGBT l’Italia si trovi più vicina a paesi in cui l’omosessualità è reato piuttosto che a quelli che, insieme al nostro, hanno fondato e alimentato il progetto europeista.

I cittadini LGBT pagano le stesse tasse dei cittadini eterosessuali, contribuendo non solo ai lauti stipendi dei politici ma anche alle pensioni di reversibilità e agli sgravi fiscali riservati soltanto alle coppie etero (le stesse coppie etero che si separano sempre di più e si sposano in chiesa sempre meno, a dimostrazione – se ce ne fosse ancora bisogno – di come la famiglia cambi nel corso del tempo). Allo stesso tempo, i cittadini LGBT sono privati di diritti civili fondamentali, la concessione dei quali non lederebbe nessuno e anzi permetterebbe alle coppie omosessuali di vivere con maggiore serenità e molti meno patemi.

Eppure la base su cui si fonda – o si dovrebbe fondare – la nostra Repubblica laica e democratica è: uguali diritti, uguali doveri. Un po’ provocatoriamente – ma solo fino a un certo punto – potremmo dire: Abbiamo meno diritti? Ebbene, allora pagheremo meno tasse. Semplice e lineare.

Perché mai dovremmo continuare a contribuire alla res publica nella stessa misura dei cittadini etero, se lo Stato ci riconosce meno diritti? In fondo, se siamo considerati “diversi” e se tale diversità può giustificare una palese differenza di trattamento, allora che lo sia in tutti gli aspetti del vivere comune. Considerarci “uguali” solo quando fa comodo allo Stato, cioè quando c’è da incassare le nostre tasse, è solo una nuova e subdola forma di sfruttamento.

Uguali diritti, uguali doveri, dicevamo. Ma per noi cittadini LGBT la bilancia dei diritti e dei doveri pende nettamente dalla parte di questi ultimi. Forse è davvero il momento di riequilibrare i due bracci della bilancia: semplicemente smettendo di pagare le tasse a uno Stato omofobo. Forse l’unico modo per farsi sentire è adottare una strenua disobbedienza fiscale, vale a dire boicottare uno Stato che ci nega diritti fondamentali. Proprio come abbiamo fatto prima con Barilla e poi con D&G.

Vi lascio con questa provocazione. Per fortuna tra poco arriva il Pride!

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Ddl Cirinnà: il prezzo dei diritti e la disobbedienza fiscale LGBT